l8) Leopardi. Tasso e il Genio familiare.
Leopardi appone al titolo di questo dialogo la seguente nota:
Ebbe Torquato Tasso, nel tempo dell'infermit della sua mente,
un'opinione simile a quella famosa di Socrate; cio credette
vedere di tratto in tratto uno spirito buono e amico, e avere con
esso lui molti e lunghi ragionamenti. Cos leggiamo nella vita del
Tasso descritta dal Manso: il quale si trov presente a uno di
questi o colloqui o soliloqui che noi li vogliamo chiamare.
Tasso  segregato, mura e sbarre lo separano dal resto del mondo:
in questa condizione egli pu fare soltanto ricorso al ricordo,
alla immaginazione e al sogno. Il ricordo avviva il deserto:
quando l'immagine della donna amata gli torna alla mente Tasso
sente tutto il suo corpo vibrare, riscopre la forza vitale che
anima il primo uomo, cio la natura umana non ancora avvilita
dall'esperienza del mondo. Anche qui, per, Leopardi sente il
bisogno di sottolineare il carattere illusorio del ricordo: le
donne in carne e ossa sono ben altra cosa da come sono pensate o
ricordate dagli uomini innamorati. Nonostante questa
consapevolezza Tasso muore dal desiderio di rivederla e di
riparlarle: illusione (o ricordo), consapevolezza, illusione (o
desiderio) si ripropongono nel loro tipico alternarsi. Il genio fa
a Tasso il dono di un sogno della donna amata e sottolinea il
carattere di realt del sogno: per tutto il giorno, dopo aver
sognato, Tasso si sentir balzare il cuore dalla tenerezza.
Il discorso si sposta quindi sul piacere:  impossibile - scrive
Leopardi - conoscerlo per pratica; esso  soltanto un
concetto: un ricordo o un'illusione e, al tempo stesso, l'unico
e reale obbietto e intento della vita nostra.
G. Leopardi, Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare
(l824) (vedi manuale pagine l48-l49).
 [...]
Ebbe Torquato Tasso, nel tempo dell'infermit della sua mente,
un'opinione simile a quella famosa di Socrate; cio credette
vedere di tratto in tratto uno spirito buono ed amico, e avere con
esso lui molti e lunghi ragionamenti. Cos leggiamo nella vita del
Tasso descritta dal Manso, il quale si trov presente a uno di
questi o colloqui o soliloqui che noi li vogliamo chiamare.
Genio. Come stai Torquato?.
Tasso. Ben sai come si pu stare in una prigione, e dentro ai guai
fino al collo.
Genio. Via, ma dopo cenato non  tempo da dolersene. Fa buon
animo, e ridiamone insieme.
Tasso. Ci son poco atto. Ma la tua presenza e le tue parole sempre
mi consolano. Siedimi qui accanto.
Genio. Che io segga? La non  gi cosa facile a uno spirito. Ma
ecco: fa conto ch'io sto seduto.
Tasso. Oh potess'io rivedere la mia Leonora. Ogni volta che ella
mi torna alla mente, mi nasce un brivido di gioia, che dalla cima
del capo mi si stende fino all'ultima punta de' piedi; e non resta
in me nervo n vena che non sia scossa. Talora, pensando a lei, mi
si ravvivano nell'animo certe immagini e certi affetti, tali, che
per quel poco tempo, mi pare di essere ancora quello stesso
Torquato che fui prima di aver fatto esperienza delle sciagure e
degli uomini, e che ora io piango tante volte per morto In vero,
io direi che l'uso del mondo, e l'esercizio de' patimenti,
sogliono come profondare e sopire dentro a ciascuno di noi quel
primo uomo che egli era: il quale di tratto in tratto si desta per
poco spazio, ma tanto pi di rado quanto  il progresso degli
anni; sempre pi poi si ritira verso il nostro intimo, e ricade in
maggior sonno di prima; finch durando ancora la nostra vita, esso
muore. In fine, io mi maraviglio come il pensiero di una donna
abbia tanta forza, da rinnovarmi, per cos dire, l'anima, e farmi
dimenticare tante calamit. E se non fosse che io non ho pi
speranza di rivederla, crederei non avere ancora perduta la
facolt di essere felice.
Genio. Quale delle due cose stimi che sia pi dolce: vedere la
donna amata, o pensarne?.
Tasso. Non so. Certo che quando mi era presente ella mi pareva una
donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea.
Genio. Coteste dee sono cos benigne, che quando alcuno vi si
accosta, in un tratto ripiegano la loro divinit, si spiccano i
raggi d'attorno, e se li pongono in tasca, per non abbagliare il
mortale che si fa innanzi.
Tasso. Tu dici il vero pur troppo. Ma non ti pare egli cotesto un
gran peccato delle donne; che alla prova, elle ci riescano cos
diverse da quelle che noi le immaginavamo?.
Genio. Io non so vedere che colpa s'abbiano in questo, d'esser
fatte di carne e sangue, piuttosto che di ambrosia e nettare. Qual
cosa del mondo ha pure una ombra o una millesima parte della
perfezione che voi pensate che abbia a essere nelle donne? E anche
mi pare strano, che non facendovi maraviglia che gli uomini sieno
uomini, cio creature poco lodevoli e poco amabili; non sappiate
poi comprendere come accade, che le donne in fatti non sieno
angeli.
Tasso. Con tutto questo, io mi muoio dal desiderio di rivederla, e
di riparlarle.
Genio. Via, questa notte in sogno io te la condurr davanti; bella
come la giovent, e cortese in modo, che tu prenderai cuore di
favellarle molto pi franco e spedito che non ti venne fatto mai
per l'addietro: anzi all'ultimo le stringerai la mano; ed ella
guardandoti fiso, ti metter nell'animo una dolcezza tale, che tu
ne sarai sopraffatto; e per tutto domani, qualunque volta ti
sovverr di questo sogno, ti sentirai balzare il cuore dalla
tenerezza.
Tasso. Gran conforto: un sogno in cambio del vero.
Genio. Che cosa  il vero?.
Tasso. Pilato non lo seppe meno di quello che lo so io.
Genio. Bene, io risponder per te. Sappi che dal vero al sognato,
non corre altra differenza, se non che questo pu qualche volta
essere molto pi bello e pi dolce, che quello non pu mai.
Tasso. Dunque tanto vale un diletto sognato, quanto un diletto
vero?.
Genio. Io credo. Anzi ho notizia di uno che quando la donna che
egli ama, se gli rappresenta dinanzi in alcun sogno gentile, esso
per tutto il giorno seguente, fugge di ritrovarsi con quella e di
rivederla, sapendo che ella non potrebbe reggere al paragone
dell'immagine che il sonno gliene ha lasciata impressa, e che il
vero, cancellandogli dalla mente il falso, priverebbe lui del
diletto straordinario che ne ritrae. Per non sono da condannare
gli antichi, molto pi solleciti, accorti e industriosi di voi,
circa a ogni sorta di godimento possibile alla natura umana, se
ebbero per costume di procurare in vari modi la dolcezza e la
giocondit dei sogni; n Pitagora  da riprendere per avere
interdetto il mangiare delle fave, creduto contrario alla
tranquillit dei medesimi sogni, ed atto a intorbidarli; e sono da
scusare i superstiziosi che avanti di coricarsi solevano orare e
far libazioni a Mercurio conduttore dei sogni, acci ne menasse
loro di quei lieti; l'immagine del quale tenevano a quest'effetto
intagliata in su' piedi delle lettiere. Cos, non trovando mai la
felicit nel tempo della vigilia, si studiavano di essere felici
dormendo: e credo che in parte, e in qualche modo, l'ottenessero;
e che da Mercurio fossero esauditi meglio che dagli altri Dei.
Tasso. Per tanto, poich gli uomini nascono e vivono al solo
piacere, o del corpo o dell'animo; se da altra parte il piacere 
solamente o massimamente nei sogni, converr ci determiniamo a
vivere per sognare: alla qual cosa, in verit, io non mi posso
ridurre.
Genio. Gi vi sei ridotto e determinato, poich tu vivi e che tu
consenti di vivere. Che cosa  il piacere?.
Tasso. Non ne ho tanta pratica da poterlo conoscere che cosa sia.
Genio. Nessuno lo conosce per pratica, ma solo per ispeculazione:
perch il piacere  un subbietto speculativo, e non reale; un
desiderio, non un fatto; un sentimento che l'uomo concepisce col
pensiero, e non prova; o per dir meglio, un concetto e non un
sentimento. Non vi accorgete voi che nel tempo stesso di qualunque
vostro diletto, ancorch desiderato infinitamente, e procacciato
con fatiche e molestie indicibili; non potendovi contentare il
goder che fate in ciascuno di quei momenti, state sempre
aspettando un goder maggiore e pi vero, nel quale consista in
somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di continuo
agl'istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce
sempre innanzi al giungere dell'istante che vi soddisfaccia; e non
vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e pi
veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a
voi medesimi di aver goduto, con raccontarlo anche agli altri, non
per sola ambizione, ma per aiutarvi al persuaderlo che vorreste
pur fare a voi stessi. Per chiunque consente di vivere, nol fa in
sostanza ad altro effetto n con altra utilit che di sognare;
cio credere di avere a godere, o di aver goduto; cose ambedue
false e fantastiche.
Tasso. Non possono gli uomini credere mai di godere
presentemente?.
Genio. Sempre che credessero cotesto, godrebbero in fatti. Ma
narrami tu se in alcun istante della tua vita, ti ricordi aver
detto con piena sincerit ed opinione: io godo. Ben tutto giorno
dicesti e dici sinceramente: io godr; e parecchie volte, ma con
sincerit minore: ho goduto. Di modo che il piacere  sempre o
passato o futuro, e non mai presente.
Tasso. Che  quanto dire  sempre nulla.
Genio. Cos pare.
Tasso. Anche nei sogni.
Genio. Propriamente parlando.
Tasso. E tuttavia l'obbietto e l'intento della vita nostra; non
pure essenziale ma unico,  il piacere stesso; intendendo per
piacere la felicit; che debbe in effetto esser piacere; da
qualunque cosa ella abbia a procedere.
Genio. Certissimo.
Tasso. Laonde la nostra vita, mancando sempre del suo fine, 
continuamente imperfetta; e quindi il vivere  di sua propria
natura uno stato violento.
Genio. Forse.
Tasso. Io non ci veggo forse. Ma dunque perch viviamo noi? voglio
dire, perch consentiamo di vivere?.
Genio. Che so io di cotesto? Meglio lo saprete voi, che siete
uomini.
Tasso. Io per me ti giuro che non lo so.
Genio. Domandane altri de' pi savi, e forse troverai qualcuno che
ti risolva cotesto dubbio.
Tasso. Cos far. Ma certo questa vita che io meno,  tutta uno
stato violento: perch lasciando anche da parte i dolori, la noia
sola mi uccide.
Genio. Che cosa  la noia?.
Tasso. Qui l'esperienza non mi manca, da soddisfare alla tua
domanda. A me pare che la noia sia della natura dell'aria: la
quale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose
materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro; e donde
un corpo si parte, e altro non gli sottentra, quivi ella succede
immediatamente Cos tutti gl'intervalli della vita umana frapposti
ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E per, come
nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si d vto
alcuno; cos nella vita nostra non si d vto; se non quando la
mente per qualsivoglia causa intermette l'uso del pensiero. Per
tutto il resto del tempo, l'animo, considerato anche in se proprio
e come disgiunto dal corpo, si trova contenere qualche passione;
come quello a cui l'essere vacuo da ogni piacere e dispiacere,
importa essere pieno di noia; la quale anco  passione, non
altrimenti che il dolore e il diletto.
Genio. E da poi che tutti i vostri diletti sono di materia simile
ai ragnateli; tenuissima, radissima e trasparente; perci come
l'aria in questi, cos la noia penetra in quelli da ogni parte, e
li riempie. Veramente per la noia non credo si debba intendere
altro che il desiderio puro della felicit; non soddisfatto dal
piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere. Il qual
desiderio, come dicevamo poco innanzi, non  mai soddisfatto; e il
piacere propriamente non si trova. Sicch la vita umana, per modo
di dire,  composta e intessuta, parte di dolore, parte di noia;
dall'una delle quali passioni non ha riposo se non cadendo
nell'altra. E questo non  tuo destino particolare, ma comune di
tutti gli uomini.
 (G. Leopardi, Tutte le opere, Sansoni, Firenze, l988 5, volume I,
pagine ll0-ll2).
